IL PARADIGMA INFORMATICO: LA FALSA CELEBRAZIONE DI UNA “SCIENZA”E L’USO DI UNA TECNICA

I.

In tempi stretti, in una accelerazione che solo gli stolti non vedono o percepiscono, la questione della nostra relazione con gli strumenti odierni della comunicazione e della trasformazione materiale ha raggiunto un livello mai (pre)visto: l’abbondanza tecnologica ha il suo rovescio della medaglia nel sistema di “concessioni” di gran parte della dimensione sensibile della nostra vita. La penetrazione capillare di un linguaggio, di un dispositivo, di un “programma”, che mira a tecnomorfizzare aspetti refrattari – e premendo su effetti anodini della volubilità umana – alla vera vita (in primis la dimensione della corporeità e tutto ciò che ne consegue), ha una sua dispiegata “potentia” che irrompe sul reale e marginalizza le fratture di chi, irriducibilmente, cerca di sottrarsi a questa melma gelatinosa. È il momento di “dire la verità”, di rinserrare i ranghi. Di fronte all’espansione di una tecnologia (hardware) che penetra in ogni aspetto della vita, che si separa dal consenso di proprietà e si rende un’entità amorfa – la Rete  (software) – sotto il controllo di alcune big society ( o di sue specifichesezioni speciali”, mosse da interessi irricevibili), la risposta non può ancora essere rimandata, ritardata, spostata ancora avanti nel tempo. La parresia impone una scelta. Per non passare sotto la scure di un approccio oscurantista o di una liquidazione sotto un’etichetta impropria di soliti divulgatori di plot, teniamo in considerazione che l’amorfismo rilevato non mette sullo stesso piano tutti gli attori di questa insana metodologia di produzione di senso. Non sullo stesso crinale, dicevamo. La prossima questione culturale riguarda quest’aspetto della fine della pluralità di posizioni? Aver spostato le forme di produzione culturale in questo mare magnum è stato una necessità di ordine mentale generato da un’instancabile pubblicità e persuasione di massa iniziata negli anni settanta -ottanta cui personal computer, sulla tecnologia e comunicazione informatica, in cui sono confluiti edonismi, residui del movimento hippie, elementi transculturali psichedelici, tecno-management dei spin-off delle city e agenzie neocapitalistiche, subculture della vecchia “società dello spettacolo”. Una punta di diamante che ha staccato ogni altro approccio, privilegiando – dentro il caos capitalistico – una funzionalità pragmatica dell’uso iper-moderno delle tecnologie ( e delle “tecno-metrie”, quest’ultime considerate un aspetto computazionale dell’altro; di una “algoritmocrazia” ne vediamo le simulazioni ad hoc ). A fare da motore primario è stato sempre la volontà di potenza sulla natura, l’identità tra semplificazione e affrancamento (dal lavoro, dalla routine cognitiva, dalla varietà tipologica).

II.

Dal tardo-capitalismo jamesoniano al general intellect marxiano – cha ha partecipato e partecipa alla costruzione delle comunicazioni attraverso i social i blog i siti prodotti – pur nutrito di velleità rivoluzionarie (o più profanamente di cambiamenti sociali), tutti hanno riversato saperi, pratiche e posizioni atti alla costruzione di questo monstre. È un’estrazione di plusvalore informatico. Esso assume sempre l’aspetto di un insetto burroughsiano che si attacca come una protesi al tuo dispositivo: è un “controller” che genera soltanto un bisogno di tracciabilità delle tue recondite volontà ma non solo…). Una rete creata con finalità economicistiche, come prima strategico-militare (e prima ancora come “proseguimento della “diplomazia segreta”), non può costituire una piattaforma di libertà. In questo senso lo spazio libertario, e oggi più che mai, urgente da costruire. Ed è un problema che demandiamo all’intelligenza collettiva un po’ in ritirata su tutti i fronti! Anche la “Free software foundation” non ha spostato di una virgola la questione.

I termini come manipolazione, falsificazione, proprietà intellettuale, controllo delle fonti, gestione collettiva non hanno più il significato pratico di qualche decennio fa: tutto sempre essere sussunto sotto la criptica codificazione/decodificazione dei data mining.

Ho sempre valutato ogni cosa dalla mia esperienza personale: sono nato nella seconda metà del secolo precedente ed ho visto le modalità con cui si è affermata una “nuova relazione tra uomo e tecnologia”, dove al centro non stava più un aspetto di tipo meccanico o elettronico, un miglioramento di prestazioni muscolari, di lavoro ripetitivo o di trasformazioni degli ambienti in senso velocizzato, più durevole e automatizzato. Certo l’automobile ha condotto a una velocizzazione del privato, la tv ha allargato la capacità di vedere cose lontane o curiose, prima poste assolutamente fuori dalla portata degli occhi e orecchie; la riproducibilità di tutte una serie di espansioni dei cinque sensi non ha posto questioni “etiche” oltre i limiti di un eccesso o abuso. Ma se è qualcosa che riguarda la gestione della vita o della propria identità, la dinamica delle conoscenze e delle intime strutturazione dell’io, ad essere al centro di un complicato algoritmo di appropriazione indebita, allora la questione è ben altra. È proprio questi sono i limiti aggirati: non è più una questione di “uso” o abuso, siamo ben oltre le ricadute in campo delle scelte individuali.

Possiamo distinguere due ambiti, uno micro-ambientale e l’altro macro: sono i luoghi dove avvengono i cambiamenti più importanti di questa implementazione del modello informatico. L’architettura di rete metaforizza questa implementazione: come in una strategia militare si individuano target, tracciamenti, visure con droidi, e si produce software che spesso sono incompatibili con le libertà costituzionali di libera circolazione, trasferimento, adesione a comportamenti creativi. Questo è naturalmente il “lato oscuro” del processo d’implementazione, che spesso correlato con l’organizzazione del potere statale assume forme repressive e – invece – sappiamo che lo Stato post-moderno tiene conto anche degli aspetti “sociali” e del “benessere collettivo”. Sul piano sociale si “testano varie forme di comunicazioni e di ricomposizione” (fake e meme-news, virus informatici, implementazione di app autoaggiornantesi e che trasferiscono info su piattaforme abilitate). Quasi tutte le principali questioni vertono  – un po’ appiattite – sulla nota accumulazione dei dati personali e delle tracce dei nostri viaggi: si calcola che i circa 100 giga mensili in media per ogni fruitore del web siano al 100% rintracciabili, profilabili e classificabili: praticamente si possono tracciare profili attendibili al100%, atti a conoscere ogni persona in tutti gli aspetti, vizi e virtù, privati e pubblici. Oggi lo scopo principale di questa immensa raccolta e quindi lo scopo dei big data (accumulo in una crescita che, superando la legge di Moore, mostra un andamento iperbolico) sembra attestare un interesse puramente utilitaristico e economico, mentre l’aspetto “politico” è ancora volutamente tenuto sotto tono (anche se con il caso di Cambridge Analytica qualcosa è emerso). Ma in futuro?

Nel microambiente (che coincide con il nostro oikos) il paradigma informatico ha già preso il controllo di gran parte della casa: la domotica, la rete, l’internet delle cose, la microrobotica, la connessione  interstrumentale, l’automatizzazione e lo “smartworking” ha già collocato e modificato l’ambiente domestico in molti cittadini abbienti. Un paradigma di stampo riduzionistico, che vuol risolvere tutti i problemi della società umana. Dalla cellula famiglia-casa la pianificazione si sposta verso un’idea di smart city (che introduce più controllo) e prosegue verso una sequenza inquietante che vede il termine finale nel piano-Stato e oltre. Sembra che molti nutrono un’idea di rozzo comunismo digitale: tutto il digitale in comune!

III.

Ancora più grave è l’insieme di tecnica informatizzata che elabora progetti inquietanti di copyright e “privatistici” sui semi, sullo sfruttamento minerario extraterrestre, sui voli Musk, sulle ricadute economiche della spywar per il controllo africano e oceanico; lo stesso può dirsi per i “progetti pubblici” – che trovano alimento nel loro fallimento – di lotta alla disuguaglianza e alla povertà (che vedono coinvolti proprio quelle istituzioni “preistoriche” alla ricerca di una nuova compatibilità: OMS, FMI, World Bank ecc.). Per dare una parvenza di vita, si combina ogni elaborazione con un aspetto “ecologico” (che ricordiamo, è il mantra per molti progetti di scissura tra beneficio privato/riduzione pubblica), si prospetta un’utopistica “società del benessere filtrato tecnologicamente e sostenibile”, che esclude ogni perequazione, ogni autogestione ed autoregolamentazione della socialità e della materialità. Ogni giorno vediamo nell’e-commerce, nella startup-economy e dell’amazonismo applicato, gli stessi dirompenti meccanismo di sfruttamento, sotto-remunerazione de-pauperizzazione e de-mansionamento dei ruoli e funzioni del lavoro e dei lavoratori. Ai peana dell’informatica democraticamente corretta corrispondono le grida di chi subisce una sistema di controllo e di app che determinano l’efficienza della tua vita monetizzata.( Con risultati, in altri ambiti, a volte demenziali, come le pubblicità obbligate nei siti).     

Nel nostro presente non siamo lontani dal quel “automated analytics” che consente l’applicazione delle implementazioni di scelte in base all’analisi dei dati già disposti (è ciò che già vediamo, banalmente e con stupore, quando avendo cercato un divano compaiono sui dispositivi decine di pubblicità – mentre navighi dopo qualche tempo- … di divani!)

Bisogna, quindi, distinguere tra “scienza” ed uso, e dare giusta posizione ad ambedue le cose e le parole.

L’informatica, come scienza, avendo un’ambizione di porsi a paradigma dell’intera categoria delle scienze, per la stretta relazione con la “regina delle scienze” (la matematica), elaborava nel corso della seconda metà del secolo XX, una sua “strategia epistemica”. Tutte le discipline e teorie furono riposizionate intorno al paradigma informatico: la biologia con la codificazione dell’informazione genetica, la fisica e la chimica con i modelli computazionali relativistici o quantistici (ma anche le conseguenze delle teorie di Gauge, dei diagrammi di Feynman, dell’entanglement, dell’unificazione delle forze e delle stringhe ecc.), l’estendibilità della cibernetica di von Neumann,  le cosiddette scienze umane (sociologia, economia, antropologia) con la teoria delle reti, la linguistica e le scienze sperimentali mediche intorno all’idea di sistema cibernetico e computazionale (strettamente connesso al modello generale dell’informatica), le reti neuronali applicate a questa . È indubbio che il progresso scientifico passi per queste “esposizioni”, che queste conquiste umana della conoscenza della Natura siano importanti, ma ciò che lascia perplessi è la loro codificazione a sistema irreversibili” (invece la scienza è sempre una parzialità e una continua messa in discussione dei propri paradigmi).

A raggiungere il “parossismo computazionale” è proprio l’aspettativa sull’architettura di rete, che simula situazioni “aperte” o “chiuse”, implicazioni nelle costruzioni delle città, dei dispositivi di controllo e nella simulazione della reti di comunicazione (cripatate o meno) costituisce la propria virtual reality. L’a-dimensionalità del sogno informatico si costruisce su un mondo onirico e regressivo. Ma qual è il paradigma informatico, come si fonda: ecco la domanda giusta. Esso è il passaggio necessario per ogni “trasmissione” dal qualitativo al quantitativo, la codificazione di unità logiche e la decodificazione delle stesse e infine la molteplicità delle connessioni tra sistemi come “sistema aumentato”, in senso olistico. Ciò implicherebbe una certa determinatezza di ogni singolo “blocco”, ignorando così – in un certo senso – l’entropia termodinamica dei sistemi dissipanti. È una costruzione pericolosa perché descrive un mondo sempre più separato nella falsa pretesa della prossimità e della condivisione.

IV.

Oggi appare evidente che non è possibile cedere alle lusinghe di una “scienza vittoriosa” e definire i contenuti di una disciplina attorno al modello trionfante: quello informatico. Anche più evidente è la stretta connessione con le altre affinità: l’Intelligenza Artificiale, la robotica tecno-morfa, l’ingegneria bionica. Il sapere tecnico svincolato da ogni remora di natura etica o di sensibilità “umana troppo umana rischia” di tracimare in un complesso ibrido in cui onnipotenza tecnoscientifica si coniuga ai deliri egotici di una parte dell’umanità: i tecnologi. Sono effetti nefasti dell’iperspecializzazione portati avanti sine cura da istituti che sono sovvenzionati dallo Stato o da ricchi” privati” o società e fondazioni di cui dubitiamo della loro benevolenza. Ben prima, il monstre è nato da un amplesso tra economia politica e scienza. E non mi riferisco ai soliti Bezos, Jobs, Zuckenberg, Musk, Gates et similia.  Le scienze perendo le loro autonomie si comportano come l’ombra di Peter Schlemhil: dopo aver venduto l’ombra al diavolo e vissuto in estrema povertà il protagonista viene tentato ancora una volta – sempre dal diavolo!– di vendere la sua anima, ma rifiuta e preferisce dedicarsi alle scienze naturali.

Quindi la tecnica, nel XX secolo è stata al centro di un dibattito enorme per coinvolgimento delle menti più eccelse e per la ricca valutazione datane.

Le figure retoriche che sottostanno alla produzione di un linguaggio disarticolato che mira all’elaborazione di alcune istruzione complesse con compiti di controllo sociale differenziato, sono indirizzate a categorie o sottogruppi (ma in un diagramma ad albero che mette tutti sotto una radice). La logica è sempre quella economica ed utilitaristica (non certamente la fuzzy logic che sottende le creatives company di Microsoft o di tutti i filantropocapitalisti!): interfaccia server/client come modello di tracciamento del profilo individuale. Ma qual è lo scopo? investire per una propensione etero-diretta al consumo? Semplicemente individuare i potenziali consumers o prosumers? In realtà il tracciamento, i droidi, i software e hardware sono spesso incompatibili con la libertà degli uomini e delle società (checché ne dicano  i tecnofili di Wired!)

Quasi tutta la critica moderna, posizionandosi tra la tecnofobia della “questione della tecnica” di Martin Heidegger e la denigrazione dell’industria totalizzante di Theodor W. Adorno, ci ha inseriti in un cul de sac!

La narrazioni distopica, il cyberpunk, il dibattito sulla società dello spettacolo, la teoria della complessità, tutti temi legati alla tecnologia, confluivano su un unico modello: la tecnica neutralizza e assopisce le capacità umane, ottunde la creatività, nebulizza la relazione sociale. La pervasività dei modelli informatizzati non solo ha affetti distorti (ciò potrebbe indurre a una banalità elitaria!) ma ha in nuce un progetto di abbandono delle remore umane (distacco dalla realtà, mente egotronica – fusione di solipsismo e panpsichismo virtuale – assorbimento delle energie creative dentro la macchina morbida).

Non ci interessa definire la tecnica come problema o dilemma: sappiamo che è uomo – inteso come genere – ad edificare e costituire sulle proprie macerie le barbarie moderne. Qui non stiamo mettendo in discussione la questione se la tecnica è neutrale o meno (già questo porre in questi termini non tiene conto del superamento dell’idea di “macchina” in sembiante biotecnomorfo), se è l’automobile ad uccidere ed essere un’arma micidiale (cui dovrebbe ovviare proprio l’applicazione di un algoritmo, dotato di tutti gli standard di compatibilità – e di noiosità – alla guida programmata e automatica). La liberazione con la tecnologia è divenuta “liberazione dalla tecnologia”.

Elaborazione di un pensiero androide avanza proprio sugli scenari impensabili dell’ingegneria quantistica. Il qubit, la computazione quantica, le neuro-tecnoscienze, l’I.A., sembra essere una realtà proprio la dove l’operazionismo scientista ha la sua base madre (e sistemi politici opposto e congruenti: USA e Cina).

Ciò che è visibile – cosa risaputa – nasconde una più vasta entità di difficile collocazione repressiva o al contrario rifugio o isola di Santa Esmeralda (il dark web viene evocato come una simula gioca un ruolo già spacciato per regno dell’anticristo!). La non-indicizzazione dei contenuti rappresenta un volto da giano bifronte: esprime un’idea esagerata di libertà quando di totale illegalità. 

Deep o dark che sia il web è la vita differita della matrice, la congiunzione tra data e virtual reality.

Le note vicende “preistoriche” dei vari antivirus Assange, Manning, Snowden,le pratiche di attack hanno avuto un’importanza  più che altro per definire un segnale futuro.

Il paradigma vincente, per quando abbia la sua forza nell’elaborazione di una gran quantità di dati, ha limiti nell’elementare riconoscimento di due forme di annichilimento che consentono un margine di manovra: l’estensione della cripto-informazione di piattaforme libertarie (fino alla creazione di una singolarità inviolabile – o, almeno, temporaneamente sottratta al controllo dei controllori), per ovvi motivi di sicurezza e strategia, e l’oblio digitale, auspicabile come extrema ratio.

L’unica via è, là dove è possibile, sottrarsi.

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