L’amnistia Togliatti

Il 22 giugno 1946 il guardasigilli – l’equivalente dell’attuale Ministro della Giustizia – Palmiro Togliatti (1893-1964), leader del partito comunista italiano (Pci), emanava un’amnistia “generalizzata” verso coloro che si erano macchiati di delitti nell’ultimo torbido periodo della Storia d’Italia: dall’8 settembre 1943 al 18 giugno del 1946. Proprio da pochi giorni era stata proclamata la Repubblica: nell’intento del leader comunista si trattava di un provvedimento politico-giudiziario atto a una pacificazione tra gli italiani. Questa lettura – diventata subito la versione accettata sia dalla politica che dalla storiografia vicina al partito (in primis la lettura datane dallo storico del Pci Paolo Spriano)- fu da principio contestata, in sede giuridica e “storica”, da Piero Calamandrei (1889-1956), uno dei padri fondatori della Repubblica italiana, definendo il provvedimento un errore clamoroso e con gravi conseguenze sulla democraticità dello Stato. “Il colpo di spugna sui crimini fascisti”, per citare il sottotitolo di un volume recente scritto dallo storico Mimmo Franzinelli (2016) ebbe come effetto la scarcerazione di militanti, funzionari e dirigenti fascisti che si erano “distinti” in atti criminali in ogni parte d’Italia e fuori dal confine nazionale. A patrocinare un intervento a favore di un’amnistia generalizzata si erano già mossi prima in tanti, ma più di altri l’entourage della casa Reale, con il nuovo Re Umberto. L’opposizione di Alcide de Gasperi (1881-1954) a qualsiasi intervento di tal genere, prima del Referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica (2 giugno 1946) impedì la sua realizzazione. Nella sostanza l’amnistia togliattiana era un condono delle pene per reati comuni, militari e politici, ascrivibili al periodo dall’8 settembre 1943 al 18 giugno 1946, e riguardava reati come il collaborazionismo (per quel che riguarda i reati politici) e il concorso in omicidio. Tra gli articoli il primo esplicitava che l’amnistia per reati che commutavano una pena “non superiore nel massimo a cinque anni”, il secondo riguardava il periodo dopo l’otto settembre (poi in altri provvedimenti successivi fu allargato) e nel terzo articolo era scritto che l’amnistia non era prevista in stragi e in caso di “solo in sevizie particolarmente efferate”, lasciando così ampio margine d’interpretazione (ricordiamo che la tortura come reato è stato introdotto in Italia da poco!). Passarono dieci giorni e il ministro di Grazia e Giustizia, l’onorevole Palmiro Togliatti fu costretto a intervenire con una circolare per una raccomandazione in senso restrittiva dell’azione penale, ma ciò non diede alcun seguito. La magistratura – uscita praticamente intatta da Regime fascista – si prodigò in incredibili voli pindarici nel definire, giustificare e minimizzare i numerosi crimini accertati in sede giudiziaria e probante, avente come protagonisti diverse personalità del precedente regime. Sia all’interno del partito comunista che nelle organizzazioni partigiane vi furono azioni e rimostranze per questo provvedimento. Togliatti aveva agito in modo poco collegiale, non coinvolgendo gli altri leader del partito – anzi alcuni conobbero il provvedimento dagli organi di stampa. Un altro leader del Pci, Pietro Secchia, avanzò l’idea che dal punto di vista dell’elaborazione tecnica dell’amnistia alcuni alti burocrati mantennero una vaghezza facilmente utilizzabile per determinare l’esito dei processi (ma le fonti dirette, provenienti dall’archivio di Togliatti, escludono questa ipotesi: tutto era stato frutto di un lavoro quasi in solitario del segretario comunista). Alcuni processi, protrattasi per anni, trovarono sul cammino assoluzioni nonostante alcuni gravi fatti: con l’estromissione della sinistra dai governi de Gasperi – già dal febbraio 1947 – l’azione penale fu contrastata da altri provvedimenti indulgenti nei confronti dei crimini fascisti. Proprio a Casale Monferrato (settembre 1947), dopo il processo che vedeva coinvolti sei dirigenti fascisti accusati di violenza e omicidi di partigiani e civili, ci fu una reazione violentissima, con l’occupazione da parte dei militanti e partigiani comunisti e socialisti, dell’intera città. Solo l’intervento del carismatico leader della GCIL, Giuseppe Di Vittorio (1892-1957) evitò altri spargimenti di sangue. Moti contro l’amnistia si ebbero in Emilia, nello stesso Piemonte, Toscana e in Liguria.

Il numero di fascisti che godettero dell’amnistia è stato calcolato in circa diecimila imputati fascisti di crimini di varia entità. Ciò che è importante non è tanto la “quantità” dei coinvolti, ma degli effetti che si ebbero nella successiva storia della Repubblica (in direzione di ciò che aveva già denunciato il giurista Calamandrei): il nodo irrisolto fu la questione del trapasso dal Regime alla democrazia con una sorta di continuità da parte di apparati burocratici, magistratura, grand commis, apparati repressivi; con effetti sul mancato ricambio degli apparati statali e pubblici, con l’assenza (o riduzione ai minimi termini) dell’epurazione di quel personale della Repubblica Sociale che si rese complice di efferati crimini contro civili e che fu attivo nelle stragi che costellarono la penisola. Il tutto all’interno di quei nuovi equilibri internazionali che sancirono la divisione in due blocchi contrapposti e la costruzione in Italia di una democrazia a sovranità limitata.

Pierpaolo Cetera

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