Lavorare meno, lavorare tutti

Il lavoro, nel nostro Paese, è sempre stato al centro di un grande dibattito; e non può esserlo di meno in questo periodo. Infatti, a pagare a caro prezzo le conseguenze della Pandemia potrebbe essere proprio il mondo del lavoro.

Gli effetti del Covid-19, che si sono già fatti sentire nei due precedenti mesi con la chiusura di molte attività, e che si fanno tuttora sentire con le attuali limitazioni, potrebbero far perdere molti posti di lavoro.

Ripercorrendo brevemente, lo scenario lavorativo italiano negli ultimi anni, questo è stato caratterizzato da un aumento dell’orario di lavoro, da una sempre maggiore precarietà, da un salario che non si è mai adeguato ai nuovi costi della vita e da una qualità di svolgimento dello stesso sempre più bassa.

L’Italia si trova infatti, tra i primi posti in Europa, per ore settimanali (e annuali) lavorate, con differenze elevate se paragonate ai principali Paesi dell’Unione. E questo non è accettabile; soprattutto se un maggior lavoro non si traduce in maggiore produttività. Se l’Italia si trova, come detto, tra i primi per numero di ore lavorate durante la settimana, si colloca negli ultimi posti per produttività del lavoro. La Germania che chiude le fila tra i Paesi europei per ore di lavoro in una settimana, è invece tra i Paesi con migliore produttività.

E questo dovrebbe far molto riflettere, soprattutto se consideriamo che il potere d’acquisto dell’italiano “medio” è in calo continuo negli anni.

Ma il lavoro, non è e non dovrà mai essere “letto” solamente considerando il lato economico. Occorre soprattutto porre attenzione, quando si affronta tale argomento, al lato umano. E qui i punti da poter toccare sono innumerevoli.

Infatti, lavorare troppo significa stancarsi, e la stanchezza sul lavoro è un rischio per la sicurezza dello stesso lavoratore e di tutti gli altri. Gli effetti negativi sulla salute, derivanti da turni eccessivi è uno dei principali motivi che portano alla necessità di una riduzione dell’orario di lavoro.

Inoltre, anche portare avanti in parallelo, una carriera professionale con l’essere genitore non è affatto scontato.

Allo stesso modo, l’eccessivo orario di lavoro può provocare squilibri tra lavoro e vita privata; nonché può portare alla mancanza e alla necessità di attività sociali, al desiderio di divertirsi e di essere coinvolti nella comunità.

Occorre pertanto ripensare tutti i meccanismi che stanno alla base del mondo del lavoro e riniziare a pensare che “Il lavoro nobilita l’uomo”. Ed è da queste parole che dovremmo ripartire. Mettendo al centro l’uomo, la persona, il lavoratore.

Lavorare meno, lavorare tutti; è questo il pensiero di Orizzonte. Perché lavorare per otto ore al giorno, cinque/sei giorni alla settimana, deve essere l’eccezione e non la regola.

La riduzione della giornata lavorativa si può infatti considerare una soluzione (almeno parziale) a problematiche di lunga data quali la disoccupazione, la disuguaglianza tra lavoratori, ai rischi per la salute legati al lavoro soprattutto per quei lavori rischiosi.

L’occupazione e la precarietà sono sempre motivi di attualità nel nostro Paese, viste le loro percentuali sempre più preoccupanti. La diminuzione dell’orario lavorativo, come detto sopra, rappresenta un valido strumento che consentirebbe di ridistribuirebbe l’occupazione tra gli occupati (che spesso lamentano anche una pressione eccessiva sul lavoro) e i disoccupati (che subiscono le conseguenze della mancanza di lavoro). Ridurre l’orario di lavoro aiuterebbe a risolvere questo paradosso, facendo lavorare un po’ meno tutti.

Questo passaggio fondamentale ovviamente può avvenire solamente mantenendo inalterato il salario del lavoratore, soprattutto per le fasce più deboli.

E come può avvenire tale passaggio? Come possono le aziende dare lo stesso stipendio a dipendenti che lavorano meno, ed in aggiunta assumerne altri lavoratori per produrre quanto prima? Chi deve sobbarcarsi tali costi?

Quello che prevediamo noi di Orizzonte, ovvero nelle modalità con la quale deve funzionare la macchina “lavoro”, sicuramente tali costi non possono essere addossati al lavoratore, ma neanche alle aziende, pertanto può prendersene carico solamente lo Stato. Ma non è vero del tutto nemmeno così, anzi; se lo può essere almeno inizialmente, non lo è nel lungo periodo.

Per comprendere tale affermazione, occorre considerare che i costi del lavoro sono essenzialmente la somma di due componenti; una componente variabile e una componente fissa.

La parte fissa si riferisce a tutti i costi associati all’assunzione di un lavoratore, alla sua formazione, alla supervisione, ecc. E si può ben capire come tali costi non diminuirebbero con la diminuzione dell’orario di lavoro.

La componente variabile è costituita invece dalla retribuzione oraria; e diminuendo la giornata lavorativa mantenendo lo stesso salario, avrebbe come conseguenza per l’azienda un aumento dei costi (che dicevamo prima) viste le nuove assunzioni.

Pertanto, l’unica modalità per poter “traslare” il maggior costo dall’azienda allo Stato, non può essere che intervenire sui contributi previdenziali e sulle ritenute subite dai lavoratori.

Noi prevediamo pertanto dei nuovi contratti collettivi con un orario di lavoro di 30 ore settimanali, con una contrazione degli oneri contributivi a carico delle imprese per la stipulazione di nuovi contratti o la rimodulazione dei contratti in essere con tali modalità. Di pari passo, dovrà essere previsto, per le aziende che continueranno ad adottare contrattazioni collettive con orari di lavoro maggiori o che faranno utilizzo frequente degli straordinari, una maggiore aliquota contributiva.

Ridare potere d’acquisto alle persone disoccupate deve pertanto essere la priorità.

Le minori entrate erariali, dovute ad un carico contributivo minore, saranno pertanto compensate, oltre che da aumenti contributivi per le aziende che non si adegueranno, anche da altri tributi, come l’iva per gli acquisti che persone disoccupate potrebbero tornare a fare in misura maggiore visti i nuovi introiti.

Altre risorse possono essere recuperate da una rimodulazione del reddito di cittadinanza, data la conseguente diminuzione dei beneficiari che quindi porterà ad avere a disposizione un avanzo rispetto a quanto inizialmente previsto. Lo stato potrà così attuare ancora più fortemente il suo compito primario che è, e dovrà essere, quello di creare posti occupazionali, in modo da far formare giovani lavoratori.

In ultimo, ma non meno importante, come già ampliamente sottolineato, questo processo di cambiamento gioverebbe nelle vite private delle persone, ridando così importanza anche alle altre priorità della vita, come la famiglia o comunque dedicare del tempo per se stessi.

  • Alberto Samele, Presidente Circolo Valdarno di Orizzonte –

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